Ferrari LaFerrari

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La Ferrari LaFerrari è un’autovettura supersportiva prodotta dalla Ferrari dal 2013, erede della Ferrari Enzo.

Presentata ufficialmente il 5 marzo 2013 al salone dell’automobile di Ginevra e contemporaneamente su un sito web dedicato, è uno dei primi modelli di serie ad incorporare il sistema HY-KERS, che permette di recuperare energia in frenata ed in curva da sfruttare poi per avere più potenza motore, portando su una vettura stradale la tecnologia sviluppata in Formula 1.

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Il nome della vettura si riferisce al senso di eccellenza che la casa italiana vuole esprimere con questo modello, ed è stato scelto dal presidente della Ferrari Luca Cordero di Montezemolo:

« Non è una Ferrari, ma LaFerrari, la summa di tutto quello che è la nostra azienda. Ed è l’antesignana di ciò che nei prossimi cinque o dieci anni trasferiremo sulle nostre vetture del futuro. »

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I 499 esemplari sono già stati tutti venduti prima della sua presentazione ufficiale.

 

Nella realizzazione della carrozzeria, il Centro Stile Ferrari diretto da Flavio Manzoni ha cercato di creare delle linee avveniristiche e innovative, ma che al tempo stesso non inficiassero sulla funzionalità di aspetti come l’aerodinamica, la meccanica e la termica della vettura.

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LaFerrari non riprende specificatamente alcuno stilema delle passate hypercar di Maranello (ispirandosi solo in parte alle Sport Prototipo del Cavallino di fine anni sessanta), ma si limita a citarne dei piccoli particolari; in questo senso va vista la fuga nera che corre tra portiere e parafanghi – già propria della 308 e della F40 – inserita sulla nuova vettura in forma più scultorea e dinamica.

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Il cockpit è il più compatto possibile, in modo da conferirgli un effetto “a goccia”. La ricerca sui flussi d’aria ha inoltre permesso di ottenere un’auto che – a differenza delle sue antenate – non avesse alettoni o altre appendici aerodinamiche a vista, integrandoli nelle forme della carrozzeria per ottenere al contempo un design sì complesso, ma anche minimalista.

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L’affilato frontale è strutturato in una particolare configurazione “a delta”, con un’ala “sospesa” che rappresenta un’estremizzazione della soluzione portata al debutto nel 2012 dalla F12 berlinetta. Derivato dall’esperienza in Formula 1 è invece l’alettone anteriore, collegato al piccolo musetto tramite un unico piloncino centrale. Al posteriore spiccano invece il grande diffusore e lo spoiler retrattile.

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Il sottoscocca è caratterizzato da tre ali mobili atte a generare opportunamente deportanza, col fine di equilibrare la vettura in accelerazione, frenata e curva.

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L’abitacolo della vettura spicca per l’essenzialità e la sportività delle forme, tese a trasmettere l’alto livello prestazionale di questa supersportiva. È presente un volante con comandi integrati e levette del cambio fissate direttamente al piantone dello sterzo, soluzione che ne permette il miglior utilizzo in ogni condizione. Il “ponte” che corre tra i due sedili, disegnato come fosse un’ala sospesa, ospita altri strumenti legati al cambio a doppia frizione.

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Il posto di guida è fisso, ed è conformato sulla fisionomia dello stesso cliente finale, mentre volante e pedaliera possono essere tarati liberamente a seconda delle esigenze del guidatore; Fernando Alonso e Felipe Massa, i due piloti della Scuderia Ferrari, hanno preso parte allo sviluppo di questo specifico ambito.

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La vettura monta un motore V12 di 65° aspirato montato in posizione centrale di 6262 cm³ erogante 800 cavalli a 9250 giri/min. e con rapporto di compressione di 13,5:1; in aggiunta il sistema HY-KERS, con ulteriori 163 CV prodotti dal motore elettrico, porta la potenza complessiva a 963 CV e la coppia complessiva massima ad oltre 900 Nm. Inoltre questo sistema riesce a contenere le emissioni di CO2 a 330 g/km.

Telaio e carrozzeria con un peso di 1255 kg, sono interamente realizzati in quattro diversi tipi di fibra di carbonio e in kevlar, differenziandosi nelle varie aree adattandosi alle esigenze di rigidità ed assorbimento degli urti specifiche di ognuna. Le sospensioni sono a triangoli sovrapposti all’avantreno e di tipo multilink al retrotreno. I freni sono realizzati in composito ceramica-carbonio dalla Brembo e la potenza alle ruote posteriori viene gestita attraverso un cambio F1 a doppia frizione a 7 marce.

I dati che la casa fornisce riguardo l’accelerazione sono i seguenti: 0-100 km/h in meno di 3 secondi, 0-200 km/h in meno di 7 secondi e 0-300 km/h in soli 15 secondi; la velocità massima indicata è oltre i 350km/h. Ciò la rende la Ferrari stradale più prestazionale mai prodotta.

 

Audi Fleet Shuttle Quattro

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La Audi Fleet Shuttle Quattro è una concept car virtuale realizzata al computer dal team Audi ascoltando le indicazioni impartite da Frank Rimili, chief designer for the film project. Frank per questa vettura ha voluto un design in grado di sfoggiare un mix di elementi contraddistintivi del marchio Audi (come ad esempio la mascherina single frame e i gruppi ottici assottigliati) e linee futuristiche ispirate al film.

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Il film è tratto Tratto dall’omonimo romanzo di Orson Scott Card e racconta la storia di Andrew “Ender” Wiggin (Asa Butterfield), un giovane ragazzo di sei anni molto intelligente mandato in una speciale accademia per affinare le sue capacità militari al fine di salvare il mondo da un’imminente invasione aliena.

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La pellicola Ender’s Game in uscita nelle sale cinematografiche quest’autunno, scritta e diretta da Gavin Hood, vanta un cast di tutto rispetto: Harrison Ford, Hailee Steinfeld, Ben Kingsley, Viola Davis e Abigail Breslin. 

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Qvale Mangusta

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La Qvale Mangusta è un’automobile sportiva costruita in soli 270 esemplari (altri parlano di 272) intorno al 2000, poiché l’azienda Qvale Automotive Group s.r.l. è una ditta attiva tra il 1999 e il 2001. La sua sede era in Emilia, a Modena, la terra che più di altre in Italia ospita ditte automobilistiche per lo più artigianali (fra le tante ricordiamo Lamborghini, Pagani, Edonis, senza citare la Ferrari) anche se la casa era tipicamente americana e aveva sede a San Francisco.

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Il nome di questa vettura non è casuale ma è un omaggio a uno dei più importanti ed estremi modelli costruiti dall’eclettico Alejandro De Tomaso: la De Tomaso Mangusta, appunto. Questo perchè l’auto avrebbe dovuto essere venduta col marchio De Tomaso in Italia ed essere l’auto del “rilancio” affiancandosi all’ormai anziana Guarà della casa citata; tuttavia, quando l’auto stava per essere lanciata, la QVale ruppe i legami con De Tomaso e l’auto fu commercializzata con il marchio Qvale, costringendo da li a pochi anni la casa del costruttore argentino ad un inevitabile destino.

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L’auto era costruita sul pianale di una Ford Mustang di cui riceveva anche il motore, il cambio e altre componentistiche: un poderoso V8 da 4,6 litri con 322cv sviluppati a 6500 giri al minuto e 32 valvole, motore che si rivelerà poi piuttosto inadatto poiché sovradimensionato al tipo di auto che era dotata di una capotina mobile che la trasformava in una targa. La maggior parte degli esemplari furono destinati agli Stati Uniti. Il propulsore permetteva all’auto una velocità di 260 km/h e 5.8 secondi per accelerare da 0-100. Il cambio è un tradizionale 5 marce. 

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Molto particolare il design di quest’auto, firmato da Marcello Gandini: la fiancata era da muscle-car, tipicamente americana con delle ampie minigonne e due enormi prese d’aria; la coda ha faretti rotondi ricoperti da una griglietta e quattro tubi di scappamento cromati. L’auto è lunga solo 4100mm, il passo dell’auto è corto e rende quindi il profilo massiccio, le ruote montano cerchi in lega a 5 razze da 17 pollici. 

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Gli interni rivelano una stretta parentela (cruscotto, volante) con la Mustang, anche se presenta un apprezzabile finitura artigianale, con sedili in pelle e dettagli in alluminio. L’auto ha un prezzo di 69.000 dollari nel 2000. 

 

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La ditta è stata poi comprata dalla Rover-Mg, azienda poi a sua volta fallita. Il pianale della Mangusta è servito da spunto per progettare e produrre la MG Xpower, uscita però nel momento più nero per l’azienda inglese e sicuramente non nel modo giusto. 

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Ma la storia della Qvale non è relegata al modello Mangusta. Infatti Qvale è il cognome di Bruce, importatore Maserati negli Stati Uniti negli anni ’70 e stretto collaboratore di Alejandro De Tomaso. E’ anche il cognome di uno degli uomini più importanti per l’automobilismo sportivo americano, Kjell, uno dei disegnatori del mitico circuito di Laguna Seca e disegnatore presso la Jensen Auto e la Austin-Healey. 

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Porsche 918 Spyder

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La Porsche 918 Spyder è un’automobile a motore centrale progettata e costruita da Porsche, venne presentata al pubblico come concept car in occasione del Salone dell’automobile di Ginevra nel marzo 2010 ed in veste definitiva nel 2013 ad Atlanta USA. È il primo veicolo ibrido progettato dalla casa automobilistica tedesca.

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La 918 è una vettura ibrida, combina la spinta fornita da un motore V8 endotermico collocato in posizione posteriore centrale e di 2 motori elettrici posti rispettivamente uno sull’asse anteriore e uno sull’asse posteriore.

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Il motore V8 a ciclo Otto è uno sviluppo del propulsore da corsa utilizzato sullo Sport Prototipo Porsche RS Spyder di classe LMP2, da cui è derivata questa versione stradale da 4,6 litri di cilindrata che mantiene la lubrificazione a carter secco, sviluppa una potenza massima di 447 kW (608 CV) a 8600 giri al minuto, con un regime massimo di rotazione pari a 9150 giri/min, la coppia motrice prodotta tocca i 530 Nm a 6600 giri/min.

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Il motore elettrico posteriore garantisce 115 kW (156 CV), mentre quello sull’asse anteriore da 95 kW (129 CV), offrendo quindi altri 210 kW (285 CV), per una potenza totale in combinata di 887 CV e di 1275 Nm di coppia massima. Il sistema di accumulo di energia è una batteria raffreddata a liquido con ioni di litio posizionati dietro la cellula dell’abitacolo. I motori elettrici, lavorando come generatori in fase di frenata, permettono il recupero dell’energia cinetica durante il rallentmento riducendo ulteriormente i consumi e le emissioni di CO2.

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Il telaio è un monoscocca in fibra di carbonio rinforzato con plastica; Magnesio e alluminio sono ampiamente utilizzati per la costruzione della macchina il cui peso dichiarato è di 1640 kg.

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La trasmissione è un cambio a doppia frizione a 7 marce. Due motori elettrici guidano le ruote anteriori direttamente attraverso un rapporto fisso, mentre un terzo motore elettrico è collegato alla trasmissione e fornisce energia supplementare alle ruote posteriori.

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La 918 Spyder in modalità ibrida ha uno scatto da 0 a 100 km/h in 2,8 secondi, da 0 a 200 km/h in 7,9 secondi e da 0 a 300 km/h in 23 secondi, raggiunge una velocità massima di 340 km/h. In modalità esclusivamente elettrica impiega 7,0 secondi per andare da 0 a 100 km/h, raggiunge una velocità massima di 150 km/h ed ha un’autonomia di 29 km.

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La vettura offre 5 diverse modalità di funzionamento: E-Drive consente all’auto un’esecuzione con alimentazione a batteria automatica, usando il motore elettrico posteriore.

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Vi sono anche quattro modalità ibride (Hybrid, Sport Hybrid, Race Hybrid e Hot Lap) utilizzate sia il motore e motori elettrici per fornire i livelli desiderati di economia e prestazioni. Nella modalità Race un pulsante è disponibile per fornire ulteriore energia elettrica.

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Peugeot Onyx

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Peugeot Onyx è una supercar di Peugeot, presentata come concept car al Salone di Parigi 2012. L’auto è dotata di motore V8 in posizione centrale posteriore garantendo alte prestazioni sempre sotto controllo, grazie anche allo studio specifico del posto di guida. 

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Immediatamente saltano all’occhio i colori e la linea della Peugeot Onyx. Ad esempio, parafanghi e portiere sono stati sagomati a mano utilizzando una lastra di rame puro. Gli altri pannelli sono invece in carbonio dipinto nero opaco. Il muso riunisce la calandra verticale ed i gruppi ottici a LED dalla forma slanciata. I fari posteriori adottano il disegno a tre artigli tipico del marchio. Evidente anche la doppia bombatura del tetto già vista sulla Peugeot RCZ.

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Il motore 3.7 V8 ibrido HDi FAP ha una potenza di 600 cv ed è abbinato al cambio sequenziale a sei marce. L’auto è lunga 4,65 metri, larga 2,20 metri ed alta 1,13 metri, per un peso di 1.100 kg. I cerchi da 20” sono montati su pneumatici 275/30 davanti e 345/30 dietro. La tecnologia Hybrid4 recupera l’energia cinetica in frenata accumulandola nelle batterie agli ioni di litio per essere sfruttata in accelerazione con 80 cv supplementari di potenza.

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Il posto di guida della Peugeot Onyx è stato studiato per offrire un’esperienza di guida originale, a partire dal sistema di apertura a due movimenti delle portiere. Anche all’interno sono stati fatti esperimenti sui materiali e sul loro ciclo di vita, abbinando così le esigenze dei clienti, le alte prestazioni ed il rispetto per l’ambiente. L’abitacolo è in feltro compresso e stirato, modellato senza cuciture né raccordi.

 

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Dispositivi insonorizzanti, consolle alta e sedili da corsa sono tra gli elementi che permettono di massimizzare il comfort. La plancia è in Newspaper Wood, materiale ottenuto a partire dai giornali usati. Tra i vari pulsanti a disposizione c’è quello dell’accensione, mentre una lamina trasparente mostra le immagini delle telecamere situate negli specchi retrovisori e nel paraurti posteriore. Il serbatoio del carburante è un pezzo in cristallo finemente lavorato. Di fronte al passeggero c’è uno schermo touch per l’infotainment.

 

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Nissan 370Z

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La Nissan 370Z è una sportiva compatta con carrozzeria coupé o roadster prodotta dalla casa automobilistica giapponese Nissan Motor Co. a partire dal 2009 presso lo stabilimento di Tochigi in Giappone.

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Presentata al Salone dell’auto di Los Angeles nel 2008, il modello sostituisce in Europa ed America la Nissan 350Z mentre in Giappone viene venduta sotto la denominazione Fairlady Z e costituisce la sesta serie del famoso modello che sostituì la Datsun 240Z lanciata nel 1970.

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Il design è un’evoluzione della precedente 350Z leggermente più arrotondato e caratterizzato da inedite nervature nelle fiancate e nel frontale; sono stati completamente ridisegnati i fanali anteriori e posteriori che possiedono entrambi il medesimo stile a boomerang e tecnologia luminosa a Led. Il pianale di base completamente nuovo è stato sviluppato per adattarsi a vetture particolarmente sportive dotate della trazione posteriore e motorizzazioni potenti infatti sarà utilizzato anche dalla Infiniti G berlina e coupé, i crossover Infiniti EX e FX e la Nissan Skyline venduta esclusivamente in Giappone.

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Il motore posto anteriormente trasmette la potenza al cambio posizionato al retrotreno che può essere sia manuale a 6 rapporti che automatico sequenziale a 7 marce, quest’ultimo sviluppato dai tecnici Nissan per i modelli lussuosi e sportivi, compresa la gamma Infiniti.

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Gli interni di un esemplare giapponese in versione base

Gli interni esibiscono plastiche ritenute di buona qualità dalla clientela europea, la plancia con un andamento rivolto al guidatore possiede una strumentazione circolare rivestita d’alluminio. La zona centrale è composta dal vano portaoggetti ricoperto di pelle con cuciture colorate a seconda della vernice della carrozzeria, al di sopra trova alloggiamento una seconda strumentazione del tipo circolare a tre strumenti circondata anch’essa da alluminio e da plastiche morbide.

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Il climatizzatore e l’impianto stereo sono posti nella zona inferiore; i principali tasti, la presa per la connessione degli Mp3 e i menu delle varie funzioni automatizzate sono riprese anche dalle sorelle Nissan Murano e Maxima.

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La carrozzeria rispetto alla 350Z è leggermente più corta, di conseguenza il peso è diminuito grazie anche all’adozione dell’alluminio al posto dell’acciaio delle precedenti Z. Il coefficiente di resistenza aerodinamica possiede un valore pari a 0,30 che scende a 0,29 con il Pacchetto Sportivo offerto tra gli optional ma non ancora disponibile in Europa. Quest’ultimo aggiunge alla vettura un differenziale a slittamento limitato e nuovi spoiler anteriori e posteriori che aumentano la stabilità della vettura.

 

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Il nome 370Z adottato per il mercato europeo ed americano è dovuto alla motorizzazione che possiede una cubatura di 3,7 litri e segue il filone di denominazioni introdotto dalla 350Z che adottava anch’essa un motore con la stessa cubatura indicata dal nome ovvero un 3,5 litri.

 

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370Z Coupé 

 

Come la progenitrice la 370Z è stata presentata con carrozzeria coupé. Oltre ad essere la versione più venduta e apprezzata è anche la più pratica e sicura. La coda presenta l’ampio portellone che ospita un bagagliaio di 235 litri. La presenza dello spoiler posteriore garantisce una notevole stabilità in curva mentre l’abitacolo è configurato come un due posti.

 

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Il motore 3.7 V6 denominato VQ37VHR è totalmente nuovo e in alluminio, leggermente più leggero della precedente unità 3.5, sfrutta la tecnologia VVEL a doppia fasatura variabile delle valvole, la coppia è pari a a 370 Nm a 5200 giri al minuto e dispone di 331 cavalli (243 kW) che permettono alla 370Z coupé di toccare i 250 km/h, per un’accelerazione da 0-100 km/h in 5,7 secondi, e di emettere 249 grammi di anidride carbonica ogni chilometro nel ciclo misto. Il consumo è pari a 9,5 km/l nel ciclo medio. Lo scarico possiede uno schema a Y.

 

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Un’innovazione tecnologica presente sulla 370Z nelle versioni di punta è il sistema SynchroRev che ottimizza i cambi di marcia nelle scalate aumentando i giri del motore e non facendo slittare le ruote.

 

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La coupé viene proposta in Italia in due allestimenti: Lev 1 e Lev 2. La dotazione di entrambe le versioni comprende il clima manuale, il controllo elettronico di stabilità, l’autoradio CD e Mp3 con ingresso Aux, i fari bixeno, i poggiatesta attivi, controllo della trazione e ruotino di scorta oltre ai cerchi in lega da 18″.

 

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La versione Lev 2 dispone del sistema SynchroRev di serie e può essere personalizzata con cerchi in lega da 19″ forgiati, interni in pelle di camoscio color tabacco, navigatore satellitare e Pacchetto Luxury. Gli altri accessori come i sensori di parcheggio, il cambio automatico e la vernice metallizzata sono disponibili su entrambi gli allestimenti.

 

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370Z Roadster

 

La 370Z roadster presentata al Salone Internazionale di New York nel 2009 sarà venduta solo dal 2010. Rispetto alla Coupé gli unici cambiamenti sono presenti nel tetto in stoffa ripiegabile elettricamente nell’apposito vano posteriore. È stata leggermente ridotta la capacità del baule. Invariati meccanica, trasmissione e motori.

 

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La particolarità della 370Z Roadster è che, a differenza di altre auto cabrio derivate dalle relative coupé sportive, questa versione è stata sviluppata già in origine come una roadster pura in modo da evitare condivisioni inutili con il modello coupé e poterne contenere il peso, al contrario delle classiche roadster che hanno bisogno di pesanti rinforzi per sopperire all’assenza del tetto.

 

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370Z Nismo

 

La versione Nismo è stata introdotta nel giugno 2009 sui mercati giapponesi ed americani e si basa sulla meccanica della 370Z coupé. Le principali caratteristiche della Nismo sono concentrate nel motore che passa da una potenza originaria di 331, a 350 cavalli grazie alla differente mappatura delle centralina, alle prese aria maggiorate e allo scarico sportivo con schema ad H. Tale potenza è erogata a 7.400 giri al minuto con limitatore fissato a 7.500 giri/min per ragioni di “durata e preservazione” del motore. Il cambio è solo manuale a 6 marce con differenziale autobloccante e il sistema SynchroRev per ottimizzare le scalate.

 

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L’aerodinamica e le modifiche alla carrozzeria sono stati elaborate dalla Autech. I nuovi paraurti anteriori e posteriori aumentano la lunghezza complessiva della vettura di oltre 17 centimetri (arrivando a 4,43 metri) mentre è più larga di 1,5 centimetri a causa della nuova cerchiatura Rays forgiata da 19″. Il disegno dei nuovi elementi è ispirato alla più grande e sportiva Nissan GT-R. Il peso della vettura è fissato tra i 1.470 e 1.500 kg mentre i consumi nonostante la maggior potenza sono rimasti invariati (9,5 km/l dichiarati dalla casa produttrice, Nissan).

 

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L’assetto è stato irrigidito del 15% all’anteriore e del 50% al posteriore, ammortizzatori e sospensioni sono state ritarati mentre lo sterzo e l’impianto frenante non hanno subito modifiche (quest’ultimo presenta pinze con 4 pistoncini anteriori).

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Motorizzazioni

 

Modello- Potenza – Coppia Max(Nm) – 0–100 km/h(sec.) – Vel.max(Km/h) – Consumo medio(Km/l)

 

3.7 V6 – 241 Kw (328 Cv) – 366 – 5.3 – 250 – 9.5

Roadster 3.7 V6 – 241 Kw (328 Cv) – 366 – 5.5 – 250 – 8.9

 

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Citroen GT

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La GT by Citroen (a volte scritto GTbyCitroen) è un’auto sportiva che è stata presentata come una concept car il 2 ottobre 2008 al Salone di Parigi. La vettura è una collaborazione tra la casa automobilistica francese Citroen e la Polyphony Digital creatrice del videogioco di simulazione automobilistica Gran Turismo.

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La Concept Car GT by Citroen è stata appositamente creata, progettata e realizzata per l’imminente videogioco Gran Turismo 5 ed è stato inserita tramite download nella versione più recente di Gran Turismo 5 Prologue (3,6 milioni di copie vendute). Il suo progettista ideò il progetto e lo vendette sia alla Polyphony Digital sia alla Citroen.

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Il design esterno della vettura è stato realizzato da Takumi Yamamoto, designer giapponese del team stile della Citroen di Jean-Pierre Ploué. Takumi Yamamoto era un amico d’infanzia di Kazunori Yamauchi, direttore della Polyphony Digital e creatore della popolare serie Gran Turismo, noto anche come “GT”. In base ad una intervista rilasciata da Yamauchi al Motor Show di Parigi 2008 lui e Yamamoto hanno iniziato a collaborare a questo progetto già nel 2003. Yamamoto convinse Jean-Pierre Ploué a presentare il suo progetto all’ufficio Citroen a Parigi, che ha accettato di avviare il processo di produzione e la fabbricazione dell’auto reale.

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La concept car è stata accuratamente progettata e disegnata per adattarsi a ciò che i giocatori potranno effettivamente vedere nel gioco, infatti uno degli obbiettivi era quello di tenere conto dell’ergonomia della corsa, in quanto i giocatori del videogioco la guideranno in gara e si rivedranno nei replay, è anche il veicolo più potente del momento, sostiene Yamamoto.

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Come leader mondiale degli sviluppatori della simulazione di guida con più di 50 milioni di copie vendute dal 1998 Polyphony Digital ha collaborato nella vita reale con elaboratori e produttori di pezzi elaborati, soprattutto alla Nissan, dal gennaio 2002. Collaborazioni notevoli includono lo sviluppo di parti aerodinamiche per la Nismo Fairlady Z s-tune (2002), Nismo Skyline Coupé (2004), Amuse S2000 Street Version (2003), e la Nismo Fairlady Z (2005). La Polyphony Digital ha curato anche il design esterno della Amuse S2000 GT1 (2005) e la progettazione grafica per la squadra corse di Formula Nippon Impul Racer (2006).

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La maggior parte di queste auto avevano le loro controparti virtuali presenti nel gioco Gran Turismo, sotto l’appellativo di “Concept by Gran Turismo”. Alcuni pezzi sono progettati dalla Polyphony Digital stessa, come il kit aerodinamico completo Carmate Opera Z, compreso il paraurti anteriore, minigonne, paraurti posteriore e lo spoiler posteriore, che sono stati poi fabbricati e venduti dagli elaboratori giapponesi come Opera Performance per il kit aerodinamico la 350Z RS.

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Le ultime collaborazioni includono il design interno della Nissan GT-R con la creazione di un dispositivo multifunzione (2007) e la progettazione di parti aerodinamiche per la Amuse GT1 Turbo (2008). Il progetto GT by Citroen con il suo processo di produzione completo è un ulteriore passo nel campo della progettazione di Polyphony Digital.

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L’auto è dotata nel gioco e nella forma reale di Concept, di due celle al combustibile di idrogeno alimentate da quattro piccoli motori elettrici che tutti insieme sviluppano 780 Cv. Quando il pilota alla guida rallenta l’energia cinetica viene recuperata e mandata alla batteria.

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L’abitacolo è molto futuristico ed è tutto incentrato verso il pilota. sono stati utilizzati molti materiali esotici come la fibra di carbonio, ma anche metalli inusuali da trovare in un’auto come il rame che ricopre gran parte del tunnel centrale.

Il peso complessivo è di 1400 kg.

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Nel giugno 2009, Citroen ha confermato i piani per la produzione di un numero limitato di GT per la vendita al pubblico. ne saranno costruite solo 6, e costeranno 1,3 milioni di Euro ciascuna.

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Sebbene le specifiche esatte sono ancora da confermare, è estremamente improbabile che sia alimentato da una cella a combustibile a idrogeno come nel gioco. Si pensa piuttosto al potente V8 da 500CV della Ford GT.

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Nel marzo 2010, Citroen annuncia che rinuncerà alla produzione della GT, preferendo così concentrarsi sulla produzione attuale.

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Porsche 944 – Porsche 944 turbo

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La 944 è un’autovettura prodotta dalla Porsche tra il 1982 ed il 1991.

La 944 nasce come evoluzione della 924, prodotta a partire dal 1976. Dopo sei anni di produzione la Porsche decise di evolvere il modello basandosi sull’estetica della versione speciale 924 Carrera GT. La Carrera GT differiva dalle altre 924 per i parafanghi notevolmente allargati e per l’alettone posteriore nero, un nuovo 4 cilindri in linea di 2,5 litri completamente Porsche derivato dall’otto cilindri della 928. Naturalmente lo schema meccanico transaxle della 924 venne conservato. Nacque così (1982) la 944.

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Il nuovo propulsore di 2479cm³, alimentato a iniezione, in grado di erogare 163cv ed una coppia massima di 20,9 kgm, assicurava ottime prestazioni: la velocità di punta era di 220 km/h, mentre l’accelerazione da 0 a 100 km/h avveniva in soli 8,4 secondi. Nel 1985, in corrispondenza di un restyling agli interni (nuova plancia, pannelli porta rivisti e sedili ridisegnati), venne introdotta anche la 944 Turbo, spinta da una versione turbocompressa del 4 cilindri di 2,5 litri.

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Grazie alla potenza massima di 230cv, la Turbo toccava i 245km/h. Nel 1987 venne lanciata la 944 S, ovvero la versione aspirata dotata di testata a 4 valvole per cilindro. La potenza massima era di 190cv. Con l’occasione tutte le 944 subirono un leggero restyling (nuovo paraurti anteriore, nuova mascherina, nuovi fari supplementari rettangolari). Nel 1988 venne lanciata la Turbo S, con motore potenziato a 250cv.

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All’inizio del 1989 le 944 aspirate vennero unificate in un unico modello: la 944 S2, con cilindrata incrementata a 2990 cm³ e potenza di 211cv. Alla fine dell’anno, per la prima volta, venne resa disponibile la 944 S2 Cabriolet.

Tutte le 944 uscirono di listino nel 1991, rimpiazzate dalle 968.

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La produzione di 944 è così suddivisa:

944: 115.925 esemplari

944 S/S2: 9.837 esemplari

944 Turbo/Turbo S: 23.319 esemplari

944 S2 Cabriolet; 6.532 esemplari

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Porsche 924 – Porsche 924 turbo

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La Porsche 924 è un’automobile prodotta dalla casa automobilistica tedesca Porsche AG a partire dal 1976 fino al 1985. Coupé a due porte in configurazione 2+2 posti (quelli dietro comodi solo per bambini), la 924 rimpiazzò la 914 come modello entry-level, e fu il modello che di fatto negli USA mandò in pensione la 912.

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Fu la prima Porsche prodotta a motore anteriore raffreddato a liquido e con il raffinato schema trasmissivo transaxle, nonostante l’imponente 928 (caratterizzata dalle stesse soluzioni tecniche) fosse stata progettata prima (1971). Lo schema a motore anteriore e trazione posteriore (pur semplificato rispetto alla configurazione transaxle) era abbastanza comune nella produzione della concorrenza, ma era una novità assoluta per la casa tedesca che fino ad allora aveva sviluppato solo macchine a motore posteriore o motore centrale, trazione posteriore e raffreddamento ad aria (air-cooled).

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La 924 fu un successo di vendite senza precedenti, e non solo permise a Porsche di uscire dalla grave crisi finanziaria in cui si trovava ma permise alla stessa casa di avere una solida base monetaria con cui continuare ad investire nello storico modello, la 911. La 924 fu sostituita dalla 944 nel 1982 nel mercato statunitense, ma continuò ad essere prodotta fino al 1985 per i restanti mercati.

Sempre nel 1985 fu introdotta la 924S, sostanzialmente basata sulle ultime 924 ma con la ciclistica della 924 Turbo e il motore 2,5 litri della 944, depotenziato a 150 cavalli.

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In particolare in Italia, a causa del regime di tassazione che penalizzava le auto con cilindrata superiore a 2 litri, fu possibile acquistare la sportivissima 924 Turbo fino a fine 1983, oltre un anno dopo la cessazione della produzione per gli altri mercati.

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Nel 1976 si chiudeva l’avventura della Volkswagen-Porsche Vertriebsgesellschaft Gmbh, la joint venture di Porsche e Volkswagen da cui uscivano le Volkswagen-Porsche 914. Già dai primi anni settanta la Volkswagen pensava allo sviluppo di una coupé sportiva, un’auto di prestigio da mettere al top di gamma: i vertici Volkswagen decisero quindi di affidare lo sviluppo e il design di questa nuova auto alla Porsche che sviluppò un nuovissimo chassis e un sistema di trasmissione tali da poter utilizzare un nuovo motore due litri quattro cilindri in linea a benzina, sviluppato a partire dal basamento di un motore analogo per cilindrata utilizzato in altri modelli Volkswagen (nel van LT e successivamente, modificato, nell’Audi 100).

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La stessa Porsche si occupò anche dello sviluppo dell’intera ciclistica e del design degli interni. Quello che ne risultò fu un coupé dalle dimensioni importanti (oltre 4 metri e 20 centimetri), caratterizzato dalla trazione posteriore e dallo schema transaxle che permise di ottenere un ottimo bilanciamento dei pesi fra anteriore e posteriore (52%/48%).

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A causa della crescente preoccupazione dovuta alla crisi petrolifera dei primi anni 70, la Volkswagen decise di accantonare momentaneamente il progetto, per poi accantonarlo definitivamente dopo la decisione di continuare con lo sviluppo dell’Audi Quattro. D’altro canto la Porsche aveva delle esigenze ben precise: trovare un modello entry-level che sostituisse la 914 e pensare ad una gamma di nuovi modelli che sostituisse in toto la 911, incompatibile con le nuove normative anti inquinamento acustico preannunciate negli USA.

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La Porsche quindi stipulò un accordo con la dirigenza Volkswagen impegnandosi ad acquistare l’intero design della 924 per 100 milioni di marchi tedeschi (notevolmente meno di quanto la Volkswagen spese per commissionare il design alla Porsche). L’accordo prevedeva che l’auto sarebbe stata costruita presso gli stabilimenti ex-NSU a Neckarsulm (a nord di Stoccarda, sede della Porsche), da manovalanza Volkswagen sotto la completa supervisione di tecnici e addetti alla qualità Porsche. Quello che ne risultò fu uno dei modelli best-seller Porsche di sempre, che generò grandi introiti non solo per il successo di vendite ma anche per il fatto che era relativamente economico da produrre, almeno secondo lo standard Porsche.

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Il responsabile del progetto EA425 (il codice interno della 924) fu Tony Lapine, abilissimo manager. Il design del veicolo fu affidato ad Harm Lagaay: i fari a scomparsa, lo sfuggente lunotto in vetro (vera sfida tecnologica per i tempi) e l’imponente frontale senza griglia diedero all’auto la famosa linea cuneiforme. L’auto venne presentata sul mercato statunitense nel luglio del 1976 come Model Year 77 al prezzo base di 9,395 dollari USA.

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Va sottolineato come la 924 vendesse più per le sue qualità che per il prezzo concorrenziale: un’aspirata ben equipaggiata costava decisamente di più dei modelli giapponesi concorrenti, spesso anche più prestazionali. In Italia, a titolo di esempio, nel 1982 la 924 costava a listino 18.579.000 lire: la più cara delle concorrenti, l’Alfetta GTV 2000, costava 14.809.000 lire.

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La critica mondiale fu entusiasta del nuovo modello che presentava una facilità di guida totalmente sconosciuta ai precedenti modelli Porsche: l’efficacia del telaio però mise subito in evidenza una certa mancanza di cavalli che suscitò qualche critica da parte degli appassionati che non riconoscevano nelle prestazioni della vettura (comunque notevoli per l’epoca e per la cilindrata, superiori in ogni caso ai modelli che sostituiva) lo spirito porschista. In realtà è noto che la Casa limitò volutamente le prestazioni del motore aspirato per non creare sovrapposizioni con l’allora modello base della 911, il 2.7 da 150 cavalli.

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Per accontentare la sete di cavalli, Porsche fece uscire a fine 1978 la 924 Turbo: un’auto dalle prestazioni entusiasmanti, rivista in tutto (motore, ciclistica, freni, aerodinamica), in grado di sconfiggere la 911 SC 180cv nelle prove dell’epoca. A differenza del motore aspirato, assemblato a Neckarsulm, il motore turbo veniva prodotto direttamente negli stabilimenti Porsche a Stoccarda. La produzione della 924 Turbo si concluse in anticipo, nel 1982 (1983 per il mercato italiano), per far spazio alla nuova 944 che inizialmente aveva prestazioni inferiori.

L’avventura della Porsche 924 si concluse nel 1985, dopo dieci anni di continui affinamenti in pieno stile Porsche e dopo 124.237 esemplari venduti (compresi i modelli speciali).

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924 aspirato

 

1976 – 1979

Il motore della prima versione aspirata della 924, è un 1984 cm³ a benzina, 4 cilindri con 2 valvole per cilindro, un albero a camme in testa, raffreddato ad acqua, dotato di iniezione meccanica Bosch k-jetronic, leggermente superquadro (soluzione attuata in previsione della versione turbocompressa). Il basamento è derivato dal motore VW EA831, che eroga 95 cv (71 kW) sia su Audi 100 che su Volkswagen LT. La testa progettata da Porsche e l’iniezione k-jetronic portano la potenza disponibile a 150 cv (110 kW), ridotta poi con una modifica strutturale a 125 cv per motivi commerciali. La coppia è di 16,9 kgm. La distribuzione è a cinghia, la ventilazione è affidata ad una ventola elettroattuata a due velocità.

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Il cambio manuale a quattro marce (cod. 016/8) di derivazione Audi, inizialmente l’unico previsto, fu affiancato nel 1977 da un cambio automatico a tre marce (sempre di derivazione Audi). In questa configurazione, la casa dichiarava per le auto con specifiche europee (125 cv, codice motore XK, nessuna soluzione anti-inquinamento) una velocità massima di 200 km/h e un tempo di accelerazione da 0 a 100 km/h di circa 10 secondi.

 

1980 – 1985

Con l’introduzione del modello Turbo, Porsche riporta alcuni cambiamenti tecnici anche sul modello aspirato. La grossa novità riguarda l’introduzione di un cambio a 5 marce (cod. 016/9) con pattern standard di serie, che porta l’auto a 205 km/h e completa l’accelerazione da 0 a 100 km/h in 9,5 secondi; altre modifiche minori riguardano le barre stabilizzatrici, la testina della k-jetronic, l’alternatore maggiorato, il diverso sistema di raffreddamento del radiatore, il diverso sistema di accensione delle candele. Diventa possibile ottenere a richiesta uno spoiler sul lunotto posteriore, come sul modello Turbo, che diventerà standard a partire dal 1983.

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924 Turbo

 

1978 – 1980

Dopo l’esperienza conseguita con la 911 Turbo, Porsche fa uscire sul finire del 1978 la versione turbocompressa della 924, spesso identificata dal suo codice progettuale interno 931. Al motore viene applicata una turbina KKK (senza intercooler), viene modificata la testa e tanti altri particolari del motore per garantire potenza ed affidabilità (ad esempio la forma diversa del cielo dei pistoni porta il rapporto di compressione a 7,5:1). Il risultato è una potenza di 170 CV (DIN) e una coppia di ben 25 kgm, che garantiscono prestazioni da sportiva di razza (225 km/h, 0-100 km/h in poco più di 7 secondi).

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Lo sfruttamento della meccanica è tale che questi motori vengono assemblati a mano direttamente a Stoccarda, con tolleranze ridottissime. Per adeguare la ciclistica a queste nuove prestazioni, fu rivisto completamente l’impianto frenante (dischi autoventilanti su tutte e quattro le ruote) e in parte l’assetto (ammortizzatori e barre antirollio specifiche). Fu inoltre introdotta una frizione a comando idraulico. L’unico cambio disponibile per la 924 turbo era, per tutta la produzione, il 5 marce ZF “dogleg” tipo 016/Z. Per aumentare la deportanza alle alte velocità, la Turbo montava di serie un piccolo spoiler di gomma alla fine del lunotto posteriore.

Di serie la 924 Turbo esce, sul mercato europeo, con pneumatici 185/70 R15 montati su cerchi in lega leggera 6Jx15″. L’attacco dei mozzi differisce da quello dell’aspirata (4×108) ed è a 5 fori; in opzione è possibile avere cerchi in lega leggera da 16″ con pneumatici maggiorati.

Esternamente il modello Turbo si distingue subito per le feritoie sul musetto e per la presa NACA sul cofano anteriore. Col lancio di questo modello, Porsche diede la possibilità di avere la carrozzeria verniciata in due colori diversi (le cosiddette “dualtone”).

 

1981 – 1983

Nel 1981 la 924 Turbo viene rivista nella meccanica: in particolare, viene sostituita la turbina KKK con una maggiorata, in grado di resistere meglio alle sollecitazioni e in genere bisognosa di minor manutenzione. Viene eliminata l’accensione a spinterogeno in favore di un sistema di accensione elettronica, che assieme ad un aumento del rapporto di compressione da 7.5:1 a 8.5:1 porta la potenza a 177 CV (DIN) e la coppia a 25,5 kgm. In questa configurazione, l’auto è in grado di superare i 230 km/h.

 

Maserati Merak

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La Merak è un modello di autovettura Maserati costruita dal 1972 al 1983.

Quando nel 1968 la Citroën assunse il controllo della Maserati, l’amministratore Guy Malleret suggerì all’ingegner Giulio Alfieri di studiare una coupé due posti a motore V8 in posizione centrale, secondo la tendenza dell’epoca dettata da sportive come la Lamborghini Countach e le Ferrari boxer. Nacque così la Maserati Bora. Parallelamente si decise di mettere in produzione anche una vettura più piccola per affrontare la concorrenza della Ferrari Dino GT4 e della Lamborghini Urraco. Questo progetto fu siglato AM 122 e diede luce alla Maserati Merak.

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Come per la sorella maggiore Bora, mentre l’ingegner Alfieri studiava la meccanica, all’Italdesign di Giorgetto Giugiaro fu affidato il compito di disegnare la carrozzeria.

Intelligentemente Giugiaro decise di derivare per quanto possibile la Merak dalla Bora, conservandone anche la riuscita linea: esteriormente le due coupé erano praticamente identiche dal muso fino alle porte anteriori, e si differenziavano soprattutto nella coda. Invece di descrivere il morbido arco che caratterizzava l’andamento fastback della Bora, infatti, sulla Merak il tetto terminava improvvisamente con un lunotto verticale a tutta ampiezza ed un cofano posteriore completamente piatto, arricchito da due sfoghi d’aria longitudinali a griglia.

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Giugiaro riuscì abilmente ad ammorbidire la shilouette della Merak collegando il tetto bruscamente interrotto alla coda con due pinne simili ad archi rampanti; allo stesso tempo questa brillante soluzione richiamava la coda interamente vetrata della Bora.

Altri patricolari caratteristici della Merak erano la calandra con due paraurti cromati ai lati del tridente Maserati ed una scanalatura che correva lungo tutta la fiancata, a sostituire rispettivamente la grigliatura cromata e il profilo laterale in gomma della sorella maggiore.

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Al complesso telaio tubolare della Bora fu preferito una più economica scocca portante in acciaio e fu semplificato il telaietto ausiliario che supportava il motore. Il motore era posteriore-centrale come sulla Bora, con i radiatori in posizione frontale; per fare della Merak una 2+2 al posto del grande V8 4700 sotto al cofano fu piazzato un compatto motore V6 di tre litri di cilindrata, consentendo di ricavare due piccoli posti posteriori, adatti perlopiù a dei bambini.

Il gruppo motore e cambio della Merak era quello già montato in posizione anteriore-longitudinale sulla Citroën SM. Il cambio era a cinque marce sincronizzate era di origine Citroën. Il motore era il V6 Tipo C.114, che era stato progettato dalla Maserati espressamente per la SM; tuttavia grazie ad un aumento dell’alesaggio il la cilindrata passava da 2,7 a 3,0 litri e di conseguenza la potenza saliva da 150 a 190  CV.

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Altre componenti di derivazione Citroën SM erano il servofreno idraulico ad alta pressione che comandava i freni a disco ventilati sulle quattro ruote, il sistema sempre idraulico di comando dei fari a scomparsa (peraltro già montati sulla Bora), la plancia dalla strumentazione ovale ed il volante monorazza.

Oltre ai sedili sportivi erano rivestiti in pelle il cruscotto, la plancia, il tunnel centrale, i pannelli porta e la panchetta posteriore. La strumentazione era tutta analogica e parecchio completa: includeva tachimetro, contagiri, indicatori della temperatura di olio e acqua, indicatore di livello del carburante e della carica batteria, oltre naturalmente ad un orologio.

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Si ottenne così la compatta e brillante coupé 2+2 a motore centrale (dal prezzo e consumi sostanzialmente inferiori a quelli della Bora) che serviva per aggredire una fascia di mercato più ampia e potenzialmente in crescita.

La Merak debuttò ufficialmente al Salone Mondial de l’Automobile di Parigi dell’ottobre 1972, un anno e mezzo dopo la Bora; il nome, contrarimente alla tradizione Maserati, non è quello di un vento, bensì quello di una stella dell’Orsa Maggiore.

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el 1976, con il passaggio della proprietà Maserati dalla Citroën ad Alejandro De Tomaso, tutte le componenti di derivazione SM vennero sostituite. Un servofreno tradizionale a depressione sostituì quello idraulico, si adottò la plancia dal disegno più squadrato della Merak SS ed un nuovo volante a quattro razze invece che quelli della SM e un cambio ZF sempre a cinque marce prese il posto di quello Citroën.

Le Merak prodotte negli ultimi anni erano equipaggiate con la stessa plancia della Bora.

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Merak SS

 

Al Salone di Ginevra del marzo 1975 la Maserati introdusse la versione più sportiva della Merak, la Merak SS (Tipo AM122/A). Grazie a carburatori maggiorati Weber 44 DCNF ed a un rapporto di compressione di 9,0:1 il V6 erogava ora 220 cv.

La gommatura era maggiorata, con pneumatici anteriori 195/70 VR 15 X e posteriori 215/70 VR 15 X; altre modifiche tecniche comprendevano l’alleggerimento di 50 kg e ritocchi al telaio.

Esteriormente la SS era riconoscibile per la griglia trasversale sul cofano tra i fari anteriori e, all’interno, per l’adozione di una plancia completamente nuova, dal disegno ispirato a quella della Bora.

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Merak 2000 GT

 

Con la prima crisi energetica si ridusse drasticamente il mercato per le vetture sportive di grossa cilindrata. Nonostante la Merak fosse già di per sé un’alternativa più economica alla Bora, per volere del nuovo presidente Alejandro De Tomaso si cominciò a studiare una versione con un motore di cilindrata inferiore. Nel 1977 nacque così la Merak 2000 GT o Tipo AM122/D secondo il codice di progetto, propulsa da nuovo e più piccolo V6 di 1999 cm³.

Questa versione era costruita esclusivamente per il mercato italiano, dove le auto con una cilindrata superiore ai 2000 cm³ erano penalizzate fiscalmente pagando l’IVA al 38% a differenza del 19% applicatato alle cilindrate minori. Il motore della “2000” sarà poi la base per quello della Biturbo.

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Nonostante il motore dalla cilindrata ridotta, la 2000 GT garantiva comunque prestazioni soddisfacenti, con una potenza di 170  CV ad un regime di 7000 giri/min ed una velocità massima di 220 km/h. I consumi di carburante erano contenuti a 9,2 litri per 100 km.

La Merak 2000 GT era riconoscibile dalla 3000 per i paraurti anteriori e posteriori neri anziché cromati, l’assenza dello spoiler anteriore (disponibile tuttavia come optional), la griglia nera tra i fari anteriori che già caratterizzava la SS e per una vistosa fascia nera decorativa lungo le fiancate. La 2000 GT era ordinabile in due sole colorazioni, ambedue metallizzate: azzurro e oro.

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Nonostante le sue buone qualità la Merak soffrì sia la crisi petrolifera degli anni Settanta sia le difficoltà finanziarie della Citroën, che portarono i francesi a chiedere la liquidazione della Maserati (1975).

Complessivamente nell’arco dei 10 anni in cui rimase in produzione la gamma Merak furono 1830 gli esemplari prodotti, di cui 190 Merak 2000 GT destinate esclusivamente al mercato interno. La produzione terminò nel 1982; ancora nel 1984, però, era a catalogo.

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